introduzione - tanto non la legge nessuno
giornate dedicate alle dimensioni alpinistiche della montagna, per scoprire come iniziare o per ricreare. In Laboratorio. Ricerca Scalare lo sappiamo già, c´è qualche spunto (impegnativo) per dire i criteri adottati e per verificare quanto questi siano di vostro interesse. Poi - sul campo - le cose di solito funzionano
 
Victory Project Ascent Controscuola di alpinismo

Laboratorio. Ricerca. Scalare lo sappiamo già.

Potrebbero essere sintesi possibili quando si prova a ridurre a slogan il carattere della Victory Project Ascent.

Ricerca interiore, sentimentale. Ricerca esteriore di luoghi, condizioni ed ambienti. Secondo una sola etica, quella estetica. Quella che invece di mortificare la realtà individuale pretende di privilegiarla.

 

Entro e fuori, due solo apparentemente. Uno in realtà. Almeno in quella realtà che permette la reciproca alimentazione e vita.

 

E´ privilegiando la realtà individuale che si possono scoprire le dimensioni dominanti entro di noi.

 

Paure, logiche, prospettive affiorano, si mostrano e si donano a chi è in ascolto. Frutti di biografie uniche, le nostre. Più facilmente che in democrazia, si arriva a provare il sentimento del rispetto dell´altro, si arriva a trovare differenza alcuna dall´altro.

 

E´ da queste dimensioni volumetriche (olistiche) più che logico-aristoteliche (lineari) che è scaturito il criterio didattico da sempre adottato dalla vpascent.

 

Si trattava di partire dalle persone e non dalla tecnica da trasmettere. Finché la concentrazione è esaurita dalle tecniche da apprendere, non può andare a posarsi su di noi, non ci permette di scoprire i trucchi che servono per scoprire come e quando diventare noi stessi i creatori della tecnica.

 

Esatto, la tecnica può essere scoperta, ricreata!

Quando la concentrazione si sposta dal principio “tu sei il maestro, io sono l´allievo, adesso insegnami”, - come se qualcosa dal docente, dovesse scorrere verso il discente - e la si posa su ascolto e responsabilità, il mondo si trasforma.

 

In caso di sufficiente motivazione, cioè quando la motivazione è profonda ed autentica, cioè quando siamo al cospetto di qualcosa di idoneo alla nostra identità e visione - vale a dire quando il desiderio di modificarsi ed aggiornarsi è massimo -, anche il rischio di mettersi in ascolto lo è. E non vi è nulla di più semplice che insegnare qualcosa a qualcuno che vuole imparare. E´ solo attraverso l´ascolto che diviene possibile scoprire il proprio sentimento, che diviene possibile accorgersi di qualcosa di noi che avevamo messo nell´angolo buio in nome di qualche rationae da noi appresa ma mai ricreata, mai resa nostra.

 

Se l´ascolto fa parte della categoria delle cose importanti, altrettanto si può dire per l´assunzione di responsabilità. Qui diviene possibile rispettarsi, cioè, riconoscere la propria natura e direzione, autenticità ed esigenza, talento e limite. Diversamente, come comunemente accade, è il maestro, colui che detiene il sapere, l´unico che può dirci che fare e quando fare, è sua la responsabilità di ciò che facciamo, di quando e come lo facciamo. Ha lui il diritto di giudicarci, secondo un modello - il più delle volte - estraneo a noi, alla nostra natura. Quindi totalmente inopportuno. In un contesto del genere si alimentano due cose da citare: la castrazione della propria creatività e contestualmente quella della propria maturazione, emancipazione, soddisfazione e realizzazione tanto come persone quanto come cascatisti, rocciatori, sciatori.

 

Quando arriviamo a poter dire che "la responsabilità è mia", quando effettivamente la vediamo e la viviamo come nostra, quando comunque siamo in grado di rivolgerci a noi prima che agli altri, siamo nel punto esatto dove si trova anche un´altra prospettiva interessante, quella della propria

misura. Da lì si apre la propria dimensione, ove le cose vengono affrontate rispettando se stessi, ove si assiste al fiorire di consapevolezze diverse, per esempio quella che senza mezzi termini ti dice chiaro e tondo che è ora di tornare a casa. Se prima rinunciare era spesso coniugato con mortificazione e malessere, ora si assiste al loro divorzio e la rinuncia – ora libera di essere – si sposa con la soddisfazione.

 

Insieme all´ascolto, alla responsabilità, alla motivazione, al rispetto di sé c´è la valutazione. Lo schema più frequente ci ha modellato secondo il criterio che la valutazione del proprio grado di apprendimento si poteva stimare dal confronto con un modello esterno a noi, ideale, spersonalizzato: tanto più la nostra prestazione coincide con quel modello – ben noto tanto a discente che a docente – tanto più ne scaturiva una valutazione alta, viceversa, bassa. Un criterio emblematico della concezione meccanicistica dell´uomo e perciò disumano. Nel nostro contesto, la valutazione si compone della nostra risvegliata capacità di muoversi, operare e scegliere senza perdere il sentimento di noi stessi. Cioè senza rischiare di compiere azioni solo indotte da ciò che pensiamo, che crediamo o, peggio, che vogliamo.

Recuperando gli aspetti dell´uomo che il meccanicismo ha mortificato (con tutte le legittimità che la storia gli concede) siamo ora a volere una valutazione tarata sulla biografia di qualcuno, quindi personalizzata, capace di dimensionare la prestazione non secondo un modello ideale ma secondo quanto a quel gradiente portato da quella persona, gli concede.

 

Corpo, respirazione, movimento sono il nostro terreno, nessuna tecnica da imparare, scalare lo sappiamo già.

“Un lavoro magnifico” (Franco Benetti Genolini)


 


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