"il medium é il messaggio"
uno spazio dedicato al linguaggio, argomento primario ma ancora occulto. Primario perché contiene, impedisce e comuque sempre realizza mediazione. Occulto perché in buona misura è ammantato della razional convinzione che capire sia tutto.
 
05.dinamiche nella comunicazione 090613

Energie della comunicazione e delle biografie

Nella comunicazione è da tenere presente un rischio di perdita di relazione con il nostro interlocutore.

Può accadere infatti che sentendo pronunciare una formula, concetto, termine, allocuzione che - qualunque ne sia il motivo - non sia già presente nella nostra privata realtà dialettica, lessicale, intellettuale, verbale, filosofica e pratica si perda immediatamente la relazione con il nostro interlocutore. A volte, proprio quel vuoto, può costituire uno stimolo, ma soltanto nel caso in cui sussista un grande credito verso l´emissario e una grande motivazione propria. Diversamente, si cambia canale. Cioè l´attenzione e il credito tendono a cadere.

Per dire che anche il linguaggio ha da essere preso in considerazione per cercare di riconoscere quali passaggi possono provocare quell´interruzione e quindi provvedere all´uopo. Senza credere però che giocare d´anticipo permetta effettivamente di evitare l´equivoco, una eventualità che costituisce il vero standard della comunicazione. Una evoluzione sorprendente se facciamo riferimento alla bontà, genuinità, sincerità e buona fede della nostra emissione, ma che si mostra invece quasi lapalissianamente se riconosciamo e accreditiamo l´eventualità di essere di fronte ad una biografia la cui architettura può far risuonare le nostre intenzione in modo totalmente imprevisto.

"Un concetto", per quanto contenitore di meravigliose dimensioni umane, diviene formula voluta, solo se ricreata. Diversamente, se come detto, non evoca in chi la sente proprio ciò che vorremmo evocasse, può provocare disorientamento, alienazione, paura, distanza, separazione, insoddisfazione. Può ridurre la stima di sé o dell´altro.

È anche in merito a questo tipo di dinamiche che nelle mie considerazioni non manco di accennare alla verità che l´esperienza non è trasmissibile, che la ri-creazione è processo necessario in sede della comprensione.

Peraltro, sono consapevole di essere il primo - nel mio dire e scrivere - a gettare in giro innumerevoli vuoti. Ma ne sono appunto più consapevole che no. Così, si può strumentalizzare a strategia quelle sparpagliate seminature per riconoscere alcune dimensioni dell´interlocutore, come procedere. Ma questa è unŽaltra questione.

Questo stesso testo è solo un tentativo di provocare comunicazione in sede di equivoco, soprattutto riguardo la mia identità, prospettiva.

In condizioni di ricezione e trasmissione non possiamo rinunciare a noi stessi. Diversamente non saremmo noi a trasmettere e recepire. Non solo. Anche in occasione di partecipazione all´Uno, ogni flusso che può scorrere in noi - quando la separazione ha ripreso posizione in noi - è poi tradotto attraverso la nostra identità, natura, biografia.

In questa misura non possiamo andare oltre la storia, oltre la nostra stessa biografia, natura, verità.

Anche in questa accezione, tende ad essere confermata l´ipotesi che nessuna verità è raggiungibile senza la nostra ricreazione, esigenza, sentimento. Ciò include altresì che nessuna verità può essere trasmessa. Forse con una sola eccezione. Quella che prevede che tra destinatario e emissario la differenza consista proprio in un solo ultimo gradino. Una specie di parola sulla punta della lingua. In quel caso il consiglio, il decalogo, l´ammonimento, realizzano se stessi. Come se il destinatario avesse proprio fame di quel cibo lì.

Se questa osservazione appare vera ed evidente in ambito contemplativo, cioè in quell´ambiente ove "tutto" si mostra lucidamente e convincentemente, tende a perdere di potenza man mano che le circostanze ci inducono ad una condizione di affermazione prima e di sopraffazione poi. È la condizione della passione. 

Possiamo concepire un uomo spassionato? A parer mio, no. Dunque non possiamo essere in ascolto permanente. Non possiamo "sempre" essere disponibili ad attuare una comunicazione capace di modularsi permanentemente sui feedback degli interlocutori.

In questa misura colui che compie azioni diverse dalle nostre ha pari dignità.

In questa misura le azioni che compiamo, le verità che riteniamo non sono che dovute a circostanze dalle quali poi ce ne usciamo ritenendo di esserne stati protagonisti attraverso una logica da libero arbitrio, di perspicacia individuale. Da qui alla classificazione tra ciò che è bene e ciò che è male il passo, non solo è breve, ma è garantito. E rieccoci nella storia che vorremmo sublimare.

Se non possiamo dunque - se non arbitrariamente - ritenerci nel vero, possiamo quindi accreditare colui che apertamente si pone a favore di un aspetto della storia stessa. Non possiamo quindi non accreditare colui che si muove con stile e ordini del tutto lontani dal nostro.

Si apre forse allora la posizione del mistico eremitico. Quella che prende chi si trova inetto ad abbracciare un solo aspetto. Quella che avviene con l´intendimento di abbracciare il Tutto. Tuttavia anch´essa ha necessità di sopravvivenza. Ha perciò bisogno del dono di altri. Una condizione di dipendenza alimentata proprio da coloro per i quali aveva preso le distanze.

Allora è inopportuno concludere che ogni direzione di ricerca è nulla se non accompagnata da uno stato di serenità. Ovvero, uno stato di serenità non dipende da alcuna ricerca. A questo punto, non ti sembra che bene e male svaniscono? Non sembra che torni la storia come sola verità? Dunque che chi arriva ad imbracciare il fucile per modificarne la linea ne abbia diritto? Pari a colui che crede nell´amore?


 

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