tofeelnottoknow
Tofeelnottoknow è una ricerca dedicata alla valorizzazione di un´intelligenza umana tralasciata. Quella legata al conoscere attraverso il sentire. Quella in grado di cogliere da un solo segno il significato di tutta una situazione, una persona, una scelta. Quella che la cultura prevaricatoriamente razionalistica ha "giustamente" tralasciato di coltivare. Anche relegandola nel ghetto ciarlatano.  La cosa interessante è che non si tratta di una cosa da imparare. E´ già patrimonio di ognuno di noi. Attraverso le opportune consapevolezze possiamo prenderne coscienza e compiere individualmente tutto il magnifico lavoro di valorizzazione. Nella sezione X&X si trovano altri vari spunti dedicati a tfntk. Il video tfntk è disponibile online in cinque parti.   
 
03.P.E. 100615

la cultura del progresso; sua sorella, quella della produzione; sua cugina, quella del successo; sua cognata, quella dell’abbondanza e sua nonna, quella della sopraffazione hanno certamente legittime ragioni storiche e per queste hanno diritto ad essere investite di dignità. Diversamente ne faremmo parte e, come sappiamo, non è possibile escogitare la soluzione ad un problema con gli strumenti e nell’ambiente che l’hanno creato. Sono quindi critiche con le quali è opportuno non identificarsi, cioè non affermarle ritenendo appartengano alla cultura, considerarle sapendo che sono una nostra proiezione. 

Nonostante quella cultura abbia il monopolio delle menti, delle persone, delle personalità, delle intelligenze, del canone del vero e del giusto, sopravvivono, sparsi nel mare dell’umanità obnubilata dall’autoreferenzialità, atolli di intelligenza ricreativa.

Emergono da architetture di bellezza, organizzano la propria vita secondo il criterio del sentire. 

Non hanno bisogno di capire come stanno le cose per la propria autostima, né ritengono che le cose stiano in un solo modo, non si accaniscono a fornire risposte a qualsivoglia interrogativo perché sanno che di dialettica - e non di vita - si tratterebbe; perché quel ruolo inquisitorio è proprio della cultura del progresso, di quella cultura che vorrebbero criticare.  

Patrick Edlinger è il nome storico di una di queste emersioni.

Nella video intervista, oltre a quanto dice a parole, esprime il delicato ecosistema sul quale vivono gli atolli. 

 

Praticamente sono tollerati, in quanto non hanno la forza di recare disturbo alla genealogia delle culture che ci hanno assuefatto ai veleni e ci hanno alienato da noi stessi fino a condurci dove siamo, cioè dove si consuma la vita convinti che capire e sapere siano gli strumenti necessari per dominare la Terra. 

Qui di seguito la traduzione dell’intervista linkata.

In più punti racconta dell’intelligenza dimentica da molti.

minuto 0-1

Alpinismo e scalata sono due attività relativamente vicine ma anche distanti, perché in montagna ci sono vari rischi e pericoli oggettivi: il meteo, smottamenti, la non conoscenza della via, che implicano più complicazioni rispetto all’arrampicata.

In arrampicata, a meno che non si scali in solitaria, ci sono protezioni ovunque, non ti fai male.

In montagna l’aspetto avventuroso è più ampio.

Con l’arrampicata hai l’aspetto avventuroso se fai solitarie su grandi vie, come La via del Pesce in Marmolada o su salite molto esposte. In questo caso si ha l’avventura anche in scalata. 

Dipende dalle persone, è come la vita in generale, è nella maniera in cui fai le cose, è questo l’importante.

minuto 1-1.50

Quando mi arrampico, quello che sento sempre è un benessere interiore, lo puoi comparare a una forma di yoga. Il tuo obiettivo è qui e ora, sei completamente concentrato. Quindi ti allontani da tutti i problemi, tutte le cose di cui non ti interessi più.

Pratichi uno sport e rilasci delle endorfine e senti solamente un benessere totale, stai bene e sei felice.

Il rapporto che ho con la nuova generazione mi permette di restare giovane. Ho 50 anni ma nella mia testa ne ho 20 e penso che questa, la giovinezza mentale, è quello che devi coltivare se vuoi invecchiare bene, ed è per questo che li ringrazio per quello che fanno.

 

minuto 1.50-2.30

Insegnare a scalare non vuol dire “metti un piede lì; fai questo”: è completamente ridicolo. Soprattutto per un bambino è importante cominciare a provare delle emozioni a seguito del proprio intuito, quindi bisogna assolutamente lasciarli fare. 

Io mi occupo principalmente della sicurezza, in modo che non cadano o che non si facciano male, ma oltre a ciò tocca a loro scoprire. 

Altrimenti se spieghi a qualcuno come arrampicarsi, per prima cosa vai a falsare cosa lui possa fare, gli limiti il pensiero di ciò che è possibile. Quindi non bisogna dire niente.

minuto 2.30-3.30

La storia di Ceuse non è complicata. Avevo preso un biglietto aereo con un amico per gli Stati Uniti, e giusto una settimana prima di partire io e un amico siamo andati a visitare l’anziano fabbro di Buoux che si era spostato a Sigoyer. Sapevo che era un po’ malato quindi prima di partire sono andato a trovarlo. Appena arrivato ho guardato le falesie e mi sono detto: “Non è possibile”.

Il pomeriggio ho camminato sul crestone, ho fatto tutta la base della falesia di corsa e quando sono ridisceso ho detto al mio compagno: “Scusami ma non posso venire negli Stati Uniti”. Ho strappato il mio biglietto e non mi sono mosso di lì per 4 anni.

Perché i bolt sono molto lontani? È molto semplice. All’epoca non avevo molti soldi, e in rapporto alle mie solitarie mi sembravano sufficienti per non arrivare a terra, e poiché non avevamo abbastanza bolt ma volevamo percorrere molte vie, ne abbiamo usati pochi su ogni via. Se ne avessi avuti di più, li avrei messi più serrati. Tutto qui.

minuto 3.30-5.35

Ho incontrato Patrick Berhault nel 1976 tramite un amico comune. Arrampicavo in solitaria a Toulon, mentre lui faceva altrettanto a Nizza. Entrambi stavamo cercando un compagno per arrampicare a tempo pieno. Quando ci siamo incontrati fin da subito si è creato il legame.

Entrambi avevamo la stessa visione dell’allenamento per affrontare la montagna, la stessa visione delle cose, lo stesso rispetto della natura, quindi avevamo molte cose in comune e abbiamo vissuto quattro anni insieme. Spostandoci, facendo ascensioni a Chamonix senza la patente di guida. È stata tutta un’avventura. Facevamo vie in giornata come la Nord al Dru in pieno inverno quando normalmente necessitano più giornate. Noi partivamo la mattina e rientravamo la sera a Chamonix. Non avevamo la stampa come gli altri per fare della campagna pubblicitaria, lo facevamo solo per noi. E l’unico pensiero che avevamo era dove potevamo rubare un po’ di cibo perché non avevamo niente da mangiare. Dormivamo a casa di un nostro amico a -30°c.

Abbiamo legato enormemente. Poi c’è stata una specie di conflitto tra di noi inventato dai giornalisti e noi non capivamo perché. Ci chiamavamo al telefono chiedendoci come poteva essere possibile. Siamo rimasti in contatto, ci si chiamava spesso anche quando lui si consacrava alla montagna mentre io all’arrampicata. Ci si vedeva due, tre volte per arrampicare… È stato un po’ il fratello che non ho avuto, ed è stato un grande personaggio. Per me è il più grande alpinista della sua generazione, senza dubbio.

minuto 5.35-6.14

Sai, quando fai qualche cosa al tuo massimo, stai bene dentro, e Patrick era qualcuno veramente umano, estremamente gentile e modesto, e la sua morte è stata per me molto brutale perché avevo perso una persona con la quale passi del tempo insieme e con la quale ti senti bene. Senti una forza interiore che ti fa sentire bene e questo è molto importante e raro: ho incontrato molte persone e raramente mi sono sentito così.

minuto 6.14-6.50

Per me la libertà è fare quello che voglio, quando voglio dove voglio. La libertà è la capacità di dire no. Non è facile nella vita. Ho rifiutato dei contratti enormi perché mi toglievano la mia libertà e il mio tempo. Avevo sicuramente bisogno di soldi, se me ne regalavano li prendevo sicuramente, ma quello che mi proponevano mi avrebbe bloccato troppo tempo rispetto a quello che io volevo fare. La libertà è essenziale nella vita, è l’essenziale della mia vita.


 


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